Cosa ti racconta un albero?

sabato 27 giugno 2015

Vivere la natura

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Da quando ho aperto il mio blog sugli alberi, alcuni anni fa, ho ricevuto molte mail di sostegno principalmente da persone semplici che, come me, desideravano riscoprire un contatto diretto con la natura. Tra le ultime persone che mi hanno contattata c’è una ragazza la cui bellissima mail mi ha particolarmente colpito per freschezza e spirito di abnegazione, l’oggetto della mail era: anch’io abbraccio gli alberi!
Francesca è una giovane mamma di due bambine che ha deciso, dopo aver completato gli studi, di avviare un progetto che coinvolga i bambini e gli alberi.
“Perché ti ho scritto? me lo sto chiedendo... penso per sentirmi meno "sola" con questa mia passione e questo mio "sentire"; per poterne parlare con qualcuno che capisce e condivide, e può rimandarmi le sue "impressioni"”.
Esordisce così, Francesca, in una delle sue mail. Mi verrebbe da rispondere a lei ma a tutti quelli che mi scrivono frasi più o meno simili  il cui concetto è principalmente: sento anche io quello che provi tu e che descrivi nelle tue poesie, nei tuoi racconti, nelle tue riflessioni e condivisioni che no, non siamo soli e che il risveglio interiore dell’uomo verso la natura sta maturando il suo percorso e sta riprendendo a nascere dove era sepolto.
Sono moltissime le testimonianze di questo impercettibile cambiamento che riguarda anche i costumi e la società, l’economia e le mode. Una per tutti è l’enciclica verde “Laudato si'” di Papa Francesco che, sebbene non ci abbia sorpreso perché ribadisce dei concetti già espressi più volte, per esempio nell'«Omelia per l'inizio del ministero petrino» del 19 marzo 2013, ci ha nutrito e ha nutrito il popolo verde di nuova linfa. E’ la prima volta, infatti, che un papa si occupa di ecologia esprimendo timore per la distruzione della natura da parte dell’uomo.
In quell’omelia Papa Bergoglio sottolineava:
«La vocazione del custodire non riguarda solamente noi cristiani, ha una dimensione che precede e che è semplicemente umana, riguarda tutti. È il custodire l'intero Creato, la bellezza del Creato, come ci viene detto nel Libro della Genesi e come ci ha mostrato san Francesco d'Assisi: è l'avere rispetto per ogni creatura di Dio e per l'ambiente in cui viviamo». Più avanti: «Vorrei chiedere, per favore, a tutti coloro che occupano ruoli di responsabilità in ambito economico, politico o sociale, a tutti gli uomini e le donne di buona volontà: siamo "custodi" della creazione, del disegno di Dio iscritto nella natura, custodi dell'altro, dell'ambiente; non lasciamo che segni di distruzione e di morte accompagnino il cammino di questo nostro mondo!».
Francesca è un esempio di “custode” secondo me, una ragazza che con grande senso di responsabilità (nelle sue numerose mail mi descrive l’apprensione e il timore di riuscire nella sua impresa) ha deciso con consapevolezza e costanza di assumersi questo ruolo proprio con la porzione più importante del pianeta, quella costituita dai bambini, i quali più di tutti hanno subìto l’olocausto verde e ne subiranno purtroppo le conseguenze. Capiamo, a questo punto, quanto sia importante educare i bambini al rispetto e al rapporto con la natura. A loro abbiamo lasciato la grandissima responsabilità di correggere un andamento distruttivo che abbiamo innescato noi. E noi abbiamo il dovere morale di prepararli a questo compito consapevolmente e con amore.
“Non ricordo quand'è stata la prima volta che sono salita su un albero, ricordo la catalpa nel piccolo giardino di casa mia che è stato il mio "nido" da piccolina, prima che la tagliassero perché stava diventando gigante... quanto mi è dispiaciuto allora, per fortuna l'hanno sostituita con un bel ciliegio che allieta in primavera con i suoi fiori il cuore di mia mamma.  
Io ora abito con la mia famiglia (omissis), e vado in giro per le colline ad abbracciare gli alberi, perché mi fa un gran bene;  qui ci sono soprattutto roverelle,  ma gli alberi vecchi son pochi, perché ci scaldiamo con la legna. Ho sempre paura, da un giorno all'altro, di perdere qualche "amico". […]
Con il mio progetto incontrerò quest'anno poco meno di un centinaio di bambini, e tutti abbracceranno gli alberi; riuscirò a creare questa connessione? a lasciar loro un bel ricordo? a farli "innamorare" degli alberi? Adesso che ci penso mi sento una grossa responsabilità...”
Ho voluto riportare le sue parole per farvi comprendere quante persone ci siano che credono in quello che fanno, ragazzi e ragazze ormai uomini e donne, quelli della mia generazione, i “bamboccioni” (!) che si sono ritrovati in mano i pezzi di un mondo da riordinare andato in frantumi, che si stanno rimboccando le maniche e stanno cercando una via, nonostante l’assenza di certezze, l’insicurezza giornaliera e la tristezza del “sogno europeo” pieno di aspettative che è completamente svanito, paralizzato da un’ideologia economica che non ha saputo integrare in sé gli altri aspetti del vivere di cui l’uomo e le nazioni necessitano.
Ripartire dai bambini, dai nostri figli, educarli a spezzare un  processo irreversibile, fare di loro esseri coscienti del mondo in cui vivono è, oltre che una grande responsabilità, una forte necessità.
Lo scrive anche Papa Francesco nella sua enciclica:
"[...]L’umanità ha ancora la capacità di collaborare per costruire la nostra casa comune. Desidero esprimere riconoscenza, incoraggiare e ringraziare tutti coloro che, nei più svariati settori dell’attività umana, stanno lavorando per garantire la protezione della casa che condividiamo. Meritano una gratitudine speciale quanti lottano con vigore per risolvere le drammatiche conseguenze del degrado ambientale nella vita dei più poveri del mondo. I giovani esigono da noi un cambiamento. Essi si domandano com’è possibile che si pretenda di costruire un futuro migliore senza pensare alla crisi ambientale e alle sofferenze degli esclusi." 
(dalla LETTERA ENCICLICA LAUDATO SI’ del Santo Padre Francesco sulla cura della casa comune, pag.12, XIII)
A Francesca ho consigliato alcuni libri, anche io ho pubblicato nel blog diversi suggerimenti di giochi e consigli, tuttavia anche io mi sento impreparata a gestire il mondo dei piccoli così pieno di domande e aspettative e ho bisogno di nuovi stimoli anche per il mio percorso di scrittrice (avevo iniziato proprio a scrivere poesie e racconti per bambini diversi anni fa, sempre sulle tematiche della natura).
 Ora ho trovato un libro, per caso tra le proposte da recensire in mail , un libro che spero mi arrivi il prima possibile perché ne abbiamo bisogno! Il libro è “Vivere la natura” di Joseph Bahrat Cornell pubblicato per Ananda Edizioni il maggio scorso.
Conosciuto in tutto il mondo da naturalisti ed educatori, Joseph Bharat Cornell da molti anni si dedica ad avvicinare bambini e adulti al loro contatto interiore attraverso la natura. Ha fondato il movimento Sharing Nature®, oggi diffuso in molti Paesi. Questo suo famosissimo libro, un classico utilizzato da educatori in tutto il mondo, è stato ampliato dall’autore in occasione del ventesimo anniversario della pubblicazione, con l’aggiunta di approfondimenti e di nuove attività nella natura. pubblicata per la prima volta in italiano questa raccolta è una vera miniera di giochi e attività per conoscere l’ambiente naturale, consigli pratici per organizzare escursioni naturalistiche e per raccontare la natura.
Cara Francesca, ti scriverò presto, intanto tu, io e molti altri possiamo cominciare e ri-cominciare a leggere e a tornare a giocare con Joseph Bahrat Cornell.
Le esperienze che viviamo nell’ambiente naturale, vicino o lontano, ci rendono vivi.
Provate a ricordare i momenti in cui vi siete trovati all’aperto a muovervi, agire e imparare usando al massimo i vostri sensi, immersi in un sentimento di gioia autentica. Forse si è trattato di rari episodi, anche se vi auguro che non sia così, ma chi ha avuto la fortuna di sperimentare momenti simili, sa che rimangono scolpiti nella memoria in modo indelebile.
Conservano in sé la vita stessa. E quando li ricordate, provate di nuovo quel profondo senso di meraviglia e di infinite possibilità.
E se esistesse un metodo per risvegliare anche negli altri questo senso di autenticità? Questa è la domanda che si pose l’educatore Joseph Cornell nel 1971. [dalla prefazione]

In attesa della mia recensione non dimenticate di andare a giocare fuori con i vostri figli!

mercoledì 20 maggio 2015

Il libro delle foreste scolpite

in viaggio tra gli alberi a duemila metri

 recensione a cura di Valentina Meloni

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“Ci dicono che viviamo in un’epoca in cui è già stato scoperto tutto, o quasi. Non penso sia vero. Ogni umano ha la possibilità di scoprire, di abitare il tempo che gli è concesso come se fosse il primo scalatore ad aprire le vie alla cima del K2…[…] Tutte le volte che un uomo o una donna incontrano un grande albero vetusto o attraversano una foresta scolpita è come se inventassero un continente che non c’era.”
Scrive così Tiziano Fratus nel suo Libro delle foreste scolpite uscito i primi di aprile per Laterza. Il continente che Tiziano ci accompagna a visitare è principalmente un mondo vivo fatto di alberi ma, questa volta, la foresta che ha allevato dentro di sé ha germinato un seme antico: quello di alberi ”spenti” come li chiama lui, creature che dopo secoli di vita rigogliosa e non sempre facile si sono messe a riposo. Come per il suo precedente libro L’Italia è un bosco, l’introduzione, che l’autore stesso ha scritto per questo nuovo cammino, è già un piccolo libro a sé: una scrittura intima, piena di significati, libera dai vincoli delle spiegazioni, quasi una confessione che carpisce la fiducia del lettore da subito.
Anche questa volta mi sono sentita come se Tiziano mi prendesse per mano e mi accompagnasse fisicamente a scalare quelle montagne, a osservare il paesaggio, scandagliando quei luoghi dove le conifere resistono alle avversità d’un ambiente estremo e d’una terra rocciosa, là dove il resto dei viventi ha smesso di sopravvivere, a lasciarmi andare al fascino non sempre decifrabile degli alberi. Non è cosa da poco riuscire a viaggiare insieme all’autore ed è importante soprattutto per chi come me è alle prese con un corpo limitato che non gli consente più grandi avventure: leggendo queste pagine, ancora una volta, mi sono resa conto quanto sia auspicabile che ci siano altri a raccontarti un mondo che non puoi vedere. Va detto che spesso non siamo neppure in grado di vederlo perché il proprio occhio interiore si apre con una combinazione del tutto personale e se per Tiziano “la terra non è soltanto un pezzo di paesaggio fuori della porta di casa” per molti la terra è ancora qualcosa di sconosciuto, da scoprire. La terra madre di Tiziano è una terra esule fatta di alberi e pagine, pagine in cui ha affondato i semi della scrittura, che si nutrono dalla radice amara di una terra più vera, concreta che continuamente rincorre camminando, fotografando, scrivendo e amando. Di questa terra fanno parte lariceti, pinete e cembrete dispersi fra quota 1900 e 2200 lungo l’arco alpino, ma anche le cortecce contorte e scolpite dei pini loricati che abitano le creste del Massiccio del Pollino, fra Calabria e Basilicata. E, infine, i pini longevi o Bristlecone Pines sulle Montagne Bianche in California, fra quota 3000 e 3900 metri, gli esemplari più antichi del pianeta (oltre 5000 anni). 
L’uomo radice, o l’uomo albero come lo vedo io, se ne va in giro tenendo in tasca qualche castagna matta e qualche seme, occasionalmente galbuli di cipresso o coni di sequoia e ci porta a far conoscere, nominandoli uno ad uno, i libri-albero scolpiti che popolano le migliori biblioteche del pianeta, solitarie e quasi irraggiungibili oltre i duemila metri. La prima tappa di questo cammino è nel Pollino, terra in cui il Dio del Tuono esercita la propria lingua [1] e il poema delle folgori si è impresso a fondo nella materia,[2] l’area più spettacolare è il Giardino degli Dei popolato da pinosàuri e alberi-elefante dalla memoria plurisecolare, attraverso il Parco Nazionale del Pollino incontriamo il Faggio delle Sette Sorelle partendo dal quale Tiziano ci accompagna a conoscere gli shaolin delle montagne mediterranee: i pini loricati.
Dopo una tappa al Bosco dei Serpenti, dove crescono faggi ad andamento ondulato molto suggestivi, il nostro poeta-camminatore ci presenta i più spettacolari esseri di legno cui la natura ha dato vita: La Sentinella, Riccardo Cuor di leone, Zi Peppu, la Mantide, il Maschio, il Bue, Adone e, con i suoi diciotto metri e mezzo di chioma, Giove, un vero Dio che merita l’appellativo del padre della folgore, poi ancora Scuola d’anatomia, esemplare squarciato longitudinalmente da un fulmine, il Direttore d’orchestra, Toro, Medusa, e ancora Stella Cadente, uno spento rovesciato che, puntellandosi sulla roccia, si affaccia su uno strapiombo a 2100 metri di altitudine. Il viaggio continua e si impreziosisce di altri incontri, di pini bambini costellati di pigne violacee, e di incontri fantastici nati dai compagni di viaggio di Tiziano: i libri. Alcuni  sono gli stessi che accompagnano anche noi, altri li scopriamo attraverso le sue suggestioni, ma tutti prendono vita e voce dalla contemplazione del paesaggio, dalle associazioni di idee che la natura suggerisce parlando all’autore.
Mi sono scoperta così vicina in alcune letture-guida che, durante questo viaggio, ho avuto più volte l’impressione di conoscere personalmente l’autore. Virginia Woolf in Orlando è un po’ il doppelgänger fantasioso di Fratus che si scopre nella dimensione di scrittore più intima e completa che si possa apprezzare, quella che riunisce nella sua interezza di pensiero il femminile e il maschile. Per Virginia il grande scrittore, colui o colei che è preso da vera ispirazione, deve possedere una mente androgina in cui questo accoppiamento possa verificarsi per creare una creatura letteraria: questo suo pensiero è particolarmente evidente in Orlando di cui l’autore cita un passo.[3] Altri incontri popolano questa terra buia ma spettacolare che è la scrittura, cito Janet Frame alla quale mi sento indissolubilmente legata e di cui Tiziano riporta un passo a me particolarmente caro,[4] cito Alda Merini di cui è stato detto tanto e forse pure troppo senza che si sia riusciti davvero a cogliere il messaggio della sua poetica, cito Andrea Emo che conosco grazie alle condivisioni di Tiziano, Buzzati e Roger Deakin, un amore comune, e scusate se non li posso nominare tutti, ma questo libro è impregnato di voci e di fantasmi, di figure e di ricordi che non possono trovare spazio altro che nella vostra personale lettura.
La scrittura che Fratus offre in questa ultima opera è più matura, vera, a tratti drammatica, sicuramente poetica e suggestiva, è un venire alla luce continuo in cui si alternano descrizioni e poesie, prose poetiche e dettagli naturalistici, suggestioni e ricordi, mi ricorda molto la scrittura del poeta giapponese Matsuo Bashō (citato dall’autore stesso) per l’alternanza di poesia e prosa, ma anche quella dello scrittore ambientalista Deakin ricca di suggestioni artistiche e emotive. Nel libro delle foreste scolpite Fratus si arrende occasionalmente alla cicuta, perché qualsiasi mutamento, qualsiasi metamorfosi, affonda le sue radici negli inferi, parafrasando la citazione di Emo, e questo veleno viene fuori dalla nudità, dal mostrare il legno vivo sotto la scorza, dalla nostalgia degli affetti [5], dal non lasciare che sia la perfezione a dominare la scrittura, ma entrambe le facce dell’esistenza con le sue imperfezioni, fallimenti, cadute e risalite faticose. Il filo conduttore che unisce tutte le tappe di questo viaggio (di cui alla fine non vi dirò nulla) è la solitudine, una compagna non solo desiderabile -come scrive Fratus- ma anche necessaria, uno stato di grazia attraverso cui si aprono varchi, si fa silenzio, ci si prepara all’ascolto, ma una compagna a tratti terribile che può ferire, può innescare forme di dipendenza schiacciante come quella che ha colpito gli affetti più vicini dello scrittore e alcune delle voci femminili presenti in questa narrazione. [6]
Mi sorprendo a pensare a quante parole-ghianda mi portino così lontano nel viaggio attraverso i vari continenti alla ricerca di alberi, di radici che danzano sopra la pietra[7] e quante mi portino così vicino alle vicende e alle fratture che si scoprono in questa lettura. E’ una solitudine- quella narrata da Fratus-, una lontananza, che unisce i vari alberi del globo in un’unica grande famiglia e che avvicina anche le radici dell’esistenza di anime-umane. “Visitando questi luoghi mi sono sospeso dalla vita sociale, anche quando non ero da solo, la rarefazione degli spazi e delle parole mi ha accompagnato per mano in un punto dove la realtà s’è sposata alla fantasia. […] Qui è germinata l’idea degli alberi -elefante e delle foreste scultura, ovvero di quegli alberi che sedimentano nell’accumulo di anelli la memoria dei secoli e dei millenni.”[8]
Tiziano Fratus è un cercatore  con radici che affondano nella terra, uno che si lascia andare alla fantasia e al gioco, che parla con gli alberi e gli scoiattoli e vorrebbe dar loro un passaggio come fa con uno dei suoi gatti, Stromboli, che si fa portare in giro in auto, da lui  e da chiunque capiti nei paraggi [9](ho già scritto di gatti e poesia a proposito di Fratus  qui). La sua non è certo un’avventura alla “Into the Wild”, non lo contraddistingue lo spirito avventuroso- e forse sprovveduto- di Christopher McCandless che parte con un sacchetto di riso sulle spalle e un paio di stivali ricevuti in dono alla volta dell’Alaska. La sua selvaticità è quella di un albero-elefante che sfida il tuono con i piedi ben piantati nella roccia. Mi piace quando scrive “non mi sento custode d’una filosofia avventurosa, appartengo alla seconda modalità” [10] la modalità dei viaggiatori- albero,  quelli che per viaggiare hanno bisogno che arrivi l’autunno e gli porti via le foglie, quelli che hanno bisogno di pianificare e partono se sanno di potersela cavare! Egli cade, inciampa, sbaglia, perde il suo taccuino prezioso con dentro molto lavoro, non arriva alla meta e capita che non riesca a trovare il suo albero neppure con le indicazioni o che non riesca a seguire un sentiero nei tempi prefissati dalle guide, le quali sembrano scritte più per super-eroi che per umani che intendano godersi il paesaggio. Finalmente uno scrittore e un cercatore che non appartiene a stereotipi fantasiosi, un essere realistico, vero e umano che attraverso le sue vicende ci guida alla scoperta degli alberi delle foreste scolpite ma anche attraverso la nostra interiore ricerca che si fa concreta solo grazie alla vicenda umana.

Castiglione del Lago, 14/05/2015
Note

[1] pag. 17
[2] pag.18
[3] pag.14
[4] pag.97
[5] pag.48
[6] pag.XIX
[7] pag.40
[8] pag.39
[9] pag.131
[10] pag.113

lunedì 26 gennaio 2015

Arbres, letture scelte di Jacques Prévert


Titolo Alberi. (Testo francese a fronte)
Autore Prévert Jacques  

 

Stampato per la prima volta nel 1968 Alberi è una raccolta che possiede ancora(ma forse anche di più), se mai l’avesse persa, la pienezza di senso, di attualità, di pregnanza politica che aveva al tempo della sua composizione. Di sicuro è uno dei miei libri preferiti, l'ho regalato a persone care e l'ho messo in palio per dei concorsi, fatto girare nel bookcrossing. E' un libro di poesia si certo ma oltre ad essere un capolavoro è un manifesto ecologista e quasi una dichiarazione d'amore per gli alberi...

Descrizione
La questione ecologica oggi ha varcato i confini della coscienza individuale per ricoprire un ruolo da protagonista nell'agenda politica mondiale e sulle prime pagine dei giornali. Ma molto prima che diventasse una priorità condivisa e innescasse un dibattito ideologico, è giunto il fiuto, l'istinto del poeta. Grazie a un lessico e a un'iconografia di incredibile attualità, Jacques Prévert conia veri e propri slogan da stampare sui manifesti o da gridare nelle piazze; così incisivi e potenti che, come scrive Edoardo Albinati nella sua introduzione, non crederci sarebbe quasi "segno di malafede, di cattiva coscienza".

Dice Albinati, nella sua bella introduzione al volume, che Prévert è stato capace di anticipare il pensiero ecologista moderno, ricollegandosi ai temi già trattati dai poeti romantici, ma sconosciuti ai più, e dargli una forma accessibile a tutti coniando “…l’intero vocabolario e l’iconografia (l’imagery) che ci accompagna e ci accompagnerà per un bel pezzo ancora”. E in effetti, come dargli torto leggendo versi come questi:

Gli alberi parlano albero
come i bambini parlano bambino
Quando un piccolo
d’uomo e di donna
a un albero rivolge la parola
l’albero gli risponde
il piccolo capisce

In seguito
il bambino parla arboricoltura
con i maestri e i genitori
Più non intende la voce degli alberi
non sente più
la loro canzone al vento

Eppure
talvolta una fanciulla
lancia un grido disperato
In un giardino
di cemento armato
di erba vizza
e di lurida terra.
….

Non ricorda a tutti e a ciascuno qualcosa? Una storia attuale che abbiamo vissuto? Una sensazione provata? Una emozione dolente? Per alberi scomparsi improvvisamente dal nostro orizzonte quotidiano per fare posto ad un marciapiede o a una pista ciclabile, ad un nuovo edificio, a un vuoto angosciante e silenzioso…

I giorni degli alberi
presero a peggiorare
gli uomini disprezzavano gli alberi
gli uomini disprezzavano le donne
bisognava sentirli
tutto il santo giorno
Inutili come un fiore
stupidi come l’amore
insipidi come la libertà.

Quando nel loro campo visivo
un albero spuntava ancora
vedevano verde
verde di rabbia del rimpianto

(da La Speranza Verde)

Ma Prévert non si limita alla denuncia, a sollecitare emozione, al lancio di uno slogan indica la strada dell’azione, simile a quella già tracciata da Jean Giono, ma più “cittadina”, più vicina al suo essere “umanissimo commediante urbano”, precorritrice e ispiratrice dei “guerrilla gardeners” di oggi:
 
Quello che pianterà
un albero segreto
in Rue Pillet-Will
non vedrà il suo nome inciso
su nessuna facciata
ma i passanti senza saperlo
gli saranno assai riconoscenti
ascoltando in questa strada accattona
stretta e vedova di tutto
un’arietta musicale
verde insolita
salutare.


un classico della sua poesia con le immagini degli alberi ...non conosco abbinamento più bello!

lunedì 12 gennaio 2015

Foresta



Finalmente vi presento Foresta: il nuovo romanzo di Maurizio Corrado, eclettico architetto, saggista e scrittore, che ha lavorato con le principali riviste di architettura e design e come giornalista televisivo per Canale 5 e SKY,  che lo scorso anno ormai, mi ha parlato del suo nuovo romanzo e mi ha invitato a far parte della giuria letteraria di Forest Graal, il torneo nella foresta di Paesaggio, immagine, design, gastronomia, letteratura, in un confronto che avrà come vetrina premio l’ Expo 2015 a Milano, ma di questo vi ho già parlato e vi ricordo che il termine ultimo per la scadenza del torneo  è il prossimo 15 gennaio. Siete ancora in tempo per far partecipare le vostre idee.


Qui potete leggere la mia recensione completa.
Buon torneo e buona lettura!

Valentina

mercoledì 5 novembre 2014

Forest Graal

FOREST GRAAL


IL TORNEO NELLA FORESTA

Paesaggio immagine design gastronomia letteratura a confronto a Expo 2015

Un torneo tutto ecologico vedrà gli sfidanti combattere in una foresta durante il Fuorisalone di Milano ed Expo 2015. È FOREST GRAAL, torneo di idee in cinque sezioni: Paesaggio, Immagine, Design, Gastronomia, Letteratura. Ogni sezione un tema. Per il Paesaggio la sfida è trovare la forma del bosco-mente. Alla passione d’amore fra un bosco e una donna è dedicata la sezione Immagine, a cui si può partecipare con qualsiasi tecnica, disegni, fotografie, filmati, video. Con la sezione Design ci proiettiamo in un futuro prossimo dove i computer usano materia organica, agli sfidanti è richiesto di trovare la forma del biocomputer. Particolarmente stimolate, specialmente per i palati fortunati che avranno la fortuna di gustarne i risultati, è la sfida della Gastronomia che richiede abbinamenti esplosivi fra pirotecnica e pasticceria. Chiude il torneo l’immaginazione pura della sezione Letteratura dove gli sfidanti duelleranno a colpi di metamorfosi.

Il torneo è aperto a tutti, professionisti, studenti, appassionati. Per ogni sezione una giuria di esperti dedicata sceglierà le opere vincitrici che saranno esposte durante la seconda edizione di Green Utopia 2015 a Milano durante il Salone del Mobile ed Expo 2015. Il vincitore della sezione Paesaggio potrà realizzare il proprio bosco-mente nel cuore di Milano. Il torneo prende vita dal romanzo Foresta di Maurizio Corrado *, la storia di un uomo che diventa bosco, divenuto un cult per passaparola fra gli amanti degli alberi e del verde.

Entra in Foresta

Preiscrizione entro il 15 dicembre 2014, scadenza per la presentazione delle proposte: 15 gennaio 2015.

In qualità di membro della giuria letteraria invito tutti i followers di "Quelli che parlano agli alberi" a partecipare al concorso, il tema del torneo letterario è particolarmente stimolante: la metamorfosi.

buona sfida a tutti!

(Valentina Meloni)

TORNEO LETTERARIO FOREST GRAAL

Quali strade può prendere l’incontro fra un essere umano e il mondo vegetale? Quali possono essere le metamorfosi possibili, fisiche, mentali, immateriali, materiali, da uomo a pianta, bosco, foresta o viceversa? 

Agli sfidanti si richiede un racconto di dimensione massima di 8.000 battute spazi compresi, in formato word.doc. sul tema: Metamorfosi da umano a vegetale o viceversa. I vincitori potranno presentare le loro opere e sfidarsi in un torneo letterario dal vivo e presentare le loro opere durante una serata dedicata all’interno della manifestazione Green Utopia 2015 che si svolgerà a Milano dal 14 aprile all’8 maggio durante EXPO 2015. I racconti vincitori saranno inoltre pubblicati su un Ebook della collana Nemeton Jewels.

Leggi la rivista


Organizzazione Nemeton Magazine
In collaborazione con PersoneDiParolaIsola Editrice, Milano Makers, Degusta, Design Managment Center, Quarto Paesaggio Edizioni, Wolters Kluwer Italia
Patrocini Accademia di Belle Arti di Bologna, Accademia di Belle Arti di Verona.

ATTENZIONE LA PREISCRIZIONE SCADE IL 15 DICEMBRE






*Maurizio Corrado, architetto, saggista e scrittore, ha lavorato con le principali riviste di architettura e design e come giornalista televisivo per Canale 5 e SKY, è stato vicedirettore di Casa Vogue Espana, ha pubblicato con diversi editori oltre venti libri divulgativi sui temi dell’architettura ecologica di cui alcuni tradotti in Francia e Spagna.

Dirige la rivista di cultura ecologica Nemeton Magazine e alcune collane dedicate all’architettura ecologica per Wolters & Kluver e Compositori. Insegna all’Accademia di Belle Arti di Bologna e Verona. Scrive per il teatro. Per la narrativa ha pubblicato con Bohumil Edizioni LE IPOTESI DEL DOTT. BRANDO (2006), la raccolta di testi teatrali TEATRO ECOLOGICO (2008). Con Quarto Paesaggio GREEN TALES (2011).

venerdì 15 agosto 2014

L'Italia è un bosco


“Il bosco è un universo di significati, di citazioni, di immagini, di sensazioni e di ricordi.

E’ una delle parole più presenti nell’esistenza di tanti.”

(T. Fratus, L’Italia è un bosco)[1]

L’Italia è un bosco, ed è bene ricordarlo, perché nonostante non si faccia altro che parlare di alberi, di boschi e di natura è bene che ci sia qualcuno che ce li racconti davvero, che nei boschi ci sia stato, abbia camminato, che abbia parlato, abbracciato, amato gli alberi e che sappia chiamarli con il loro proprio nome. “La conoscenza botanica non è una forma di sapere scientifico, nozionistico; è innanzitutto un sapere artistico: significa avvicinarsi al disegno di Dio o a quello dello spirito della Madre Terra(…) saper riconoscere una specie, attribuire un nome preciso, distinguere le forme e i colori delle foglie, le geometrie dei semi e dei fiori, le architetture dei tronchi e le manifestazioni grottesche dei grandi alberi antichi. Non è mera scienza: è arte, è poesia, è letteratura!” [2]

Lo ricorda Tiziano Fratus[3] nella sua ultima fatica letteraria corredata da sedici splendide fotografie che è a metà tra la passeggiata filosofica e un percorso naturalistico-spirituale: “L’Italia è un bosco” non è una guida, è un modo, è un aiuto a incontrare gli alberi [...] è un libro filosofico come ci racconta la giornalista e scrittrice Loredana Lipperini in Fahrenheit.

Leggendo questo passo mi viene in mente la critica di “indeterminatezza” che Irène Némirovsky muoveva a Leopardi[4] e l’altra autocritica, più recente, di un caro amico scrittore e poeta che, mentre passeggiavamo insieme per Villa Demidoff, denunciava la sua grave mancanza nel non conoscere “il nome “ degli alberi. E’ vero si perde la poesia in questa indeterminatezza, una poesia che può essere persino antidoto al dolore. “ I parchi romantici-scrive Tiziano- che decorano le ville storiche sono stati decorati per narcisismo, molto spesso per vanagloria, per ostentare la grandezza del casato, oppure per vero amore nei riguardi degli alberi. Ma non rari sono i casi in cui alla base della decisione sta un dolore, come se piantar siepi di bosso, filari di carpini e boschetti di specie esotiche fosse l’antidoto giusto per curare un buco nell’anima”.[5]

Fratus ha un percorso poetico di tutto rispetto e io ho apprezzato la sua poesia prima della sua prosa, prima di arrivare a capire che per far parlare il paesaggio necessitano parole semplici e termini scientifici, gambe forti e perseveranza. Il suo scrivere è un tornare autentico alla terra, laddove la minuziosa descrizione del sentiero per raggiungere i luoghi dell’anima si unisce alla profondità della riflessione filosofica e alla poesia della parola che indugia nel particolare, nell’apparente insignificante che sfugge alla disattenzione; parola che si fa armonia nel proprio percorso d’introspezione, e canto di conciliazione nel perfetto incastro tra uomo- radice e paesaggio: ”L’alfabeto degli alberi sta sfumando nella canzone delle foglie” (William Carlos Williams.)[6].
E’ uno scrivere pungente quello di Fratus, ricco di spunti di riflessione, di satira e piccole critiche puntuali, uno scrivere non solo poetico nell’accezione poetica che siamo abituati a pensare, ma vero, terragno, senza fingimenti, laddove descrivere la natura significa anche dover piegar la schiena alla sua grandezza, alla fatica e ai sacrifici che sono necessari persino per goderne…

“Oggi si fa tanta filosofia sul ritorno alla terra e sulla poeticità del lavorare la terra, ma chi ne parla non ha mai dovuto piegare la schiena, non sa quanta fatica e quanti sacrifici si devono fare per avere un raccolto dignitoso. E’ uno dei tarli della nostra epoca, che l’università e certe scuole formino l’idea che la terra sia diversa da quel che è.”[7]

Mi piace Tiziano, ormai lo sanno tutti, mi piace perché è una di quelle persone che dice (scrive!) quello che pensa, e ancora di più perché è uno scrittore sui generis che non vuole imitare nessuno, che è consapevole di quello che è, della sua provenienza e che ha un proprio percorso, dinamico, eclettico, randagio, caotico e rivoluzionario nella sua perseverenza. “Mio padre era falegname. Sono cresciuto con addosso l’odore del legno lavorato.(…)Ho il rimorso di non aver appreso i rudimenti del mestiere da mio padre, anche se si tratta di un sentimento che si smorza quando penso alle mani dei miei…”[8] Fratus scrive di pancia, di testa e di radice, è un poeta, un uomo vero collegato al paesaggio vero, che non fa una moda di quel che è e di cosa fa, ma che trova la sua dimensione in ciò che gli piace e che lo fa stare bene.

“Viviamo in un’epoca di ritorno ai boschi, alla campagna, alla natura. (…) Mi chiedo però quanto ci sia d’autentico in questa moda. (…) Sto covando l’idea che spesso si tratta di natura “in prestito”: la tagliamo su misura, striscioline composte e ordinate che poi depositiamo con cautela su un tavolo trasparente, in accordo con le attuali categorie sociali e filosofiche, ma fors’anche più estetiche e comunicative. (…)La nostra è una natura addomesticata, da cartolina, che ci serve più di quello che realmente sta là fuori. È tanto semplice capire che nei nostri passi non siamo l’inizio e non siamo la fine di niente: è una constatazione facile da fare frequentando la natura, immergendosi in quel che chiamiamo natura. L’umiltà che ne dovrebbe derivare spesso collide con l’esaltazione dell’ego, che invece oggi la fa un po’ da padrona ovunque.”[9]

Umiltà è ciò che si respira in questa passeggiata filosofica che ci accompagna a conoscere gli alberi, Fratus li descrive con una misura poetica, annotando con minuzia ogni particolare del paesaggio che lo fa vibrare di vita, e queste vibrazioni passano al lettore pressoché intatte, come se egli stesso fosse presente a quell’incontro. “Oggi che i boschi hanno smesso di vestirci, di nutrirci, di proteggerci, sono diventati palestre dell’anima, è qui che possiamo venire ad alleggerirci, a sgrassare via il nero, l’ossessione, la furia. Provare davvero a vigilare sui nostri pensieri come un pescatore vigila sui pesci di cui si nutrirà”[10]

Ma gli alberi sono esseri vivi e hanno una storia per chi la sa raccontare, Tiziano ce la racconta con semplicità attraverso i suoi propri occhi; gli alberi a ben guardare sono una bellissima metafora esistenziale, hanno una nascita, una vita, malattie e infine muoiono anche loro come noi… Far vivere gli alberi anche dopo la loro morte, tramandare la loro storia, è un percorso culturale che ci ricongiunge al paesaggio e che ci rende armonici con la natura.

Arrivato alla Selva di Chambons, Fratus assiste alle conseguenze di una tempesta che si è abbattuta sul larice più antico e ce la descrive nella sua furia distruttiva, ma resta il ricordo di quel che resta e vivo nelle parole; mi conforta sapere che qualcuno ha ancora il sapore del ricordo da mantenere in vita: “Se avrò mai dei figli, un giorno, li porterò qui e gli racconterò di un gigante che in questo punto delle Alpi è vissuto per cinque o sei secoli, un monumento della natura amato da gente dal cuore puro”.[11]

Fratus è un uomo che attraversa il paesaggio alla ricerca di connessioni spirituali[12], le cerca e le trova e le descrive con sapienza attraversando quei luoghi in cui la storia degli uomini s’incrocia con quella della natura. Così nel silenzio elementare della foresta del Latemar[13]dai cui legni ad anelli sottili e regolari i liutai hanno per secoli ricavato il legno per realizzare violini, cetre, contrabbassi, arpe e altri strumenti, Tiziano ci riporta alle suggestioni del luogo che passano dal mistero alla poesia, dalla tragedia alla leggenda con la disinvoltura propria che sempre accompagna questi boschi.”Ritrovo alcuni larici innevati ancora gialli in punta, uno sposalizio perfetto di sfumature questo che si viene a creare fra il bianco immacolato della neve e il giallo gonfio d’autunno. Ho sempre pensato che le conifere si esaltino sotto la neve, è come se non aspettassero altro, di metter su l’abito buono, quello giusto per andare al Gran Galà del generale Inverno. La neve esiste per saltare la bellezza delle conifere e le conifere esistono per esaltare la bellezza della neve”[14].
Questa suggestione della neve l’ho provata di persona diversi anni fa lungo le rive del Lago di Carezza (ma anche in altri luoghi) e quando ho letto questo capitolo, sono tornata ai miei ricordi e ho pensato che io stessa, rapita dallo stupore, non ho mai saputo descriverli in alcun modo, presa da una sorta di “rigor pulchritudinis”, resa impotente dalla sublime bellezza che c’è nella semplicità delle cose. Ho una predilezione per le conifere da quando sono bambina e leggere questo passo mi ha fatto vibrare l’anima come fosse un arco di violino di quel legno tagliato e cesellato da maestri, ma prima ancora dal vento, dall’acqua, dalla neve e dal silenzio della foresta. Anch’io, come te Tiziano, resterei lì in eterno, in attesa che dai piedi si gettino radici.[15]

“In questa foresta-continua Fratus- non c’è bisogno di andare a cercare alberi straordinari, è già tutto monumentale. Quel che osservo è il bianco sonoro che ama Davide Sapienza: sarebbe felice come un bambino se fosse qui con me, saremmo due bambini felici che si tengono per mano in questo spettacolo senza tempo“.[15 b]

Questa citazione per me racchiude una filosofia di vita , se vogliamo definirla così, in cui ho scelto di vivere per la maggior parte del mio percorso di osservazione naturalistica. Prediligo i grandi boschi ai grandi alberi monumentali, i monumenti collettivi a quelli solitari, perché ho sempre visto l’albero come una parte del tutto, protagonista insieme ai suoi fratelli e all’intero ecosistema del benessere collettivo e del percorso storico, religioso, sociale dell’intera vita sulla Terra. Le alberografie dei grandi alberi monumentali hanno una grande importanza, sia ben chiaro, e nutro un vivo interesse per tutto ciò che li riguarda, la loro storia deve essere trasmessa e divulgata e tutelato il loro benessere, ma la stessa rilevanza, a mio parere, deve essere riconosciuta agli ecosistemi delicati e ai grandi organismi viventi che sono le foreste e i boschi nella loro interezza. Sono essi stessi monumenti viventi e i grandi alberi monumentali a loro tempo sono stati, in alcuni casi, parte di questi grandi ecosistemi.Riconosco la rilevanza culturale de “L’Italia è un bosco” anche per questa attenzione alla “collettività arborea” che tanti appassionati apprezzano da anni nella loro piccola storia di uomini e donne radice.

“Vengo da un mondo di uomini dove sono nato e in questo mondo mi consumerò, anche se nel sangue allevo abeti e coni di sequoia”. [16]Scopro così che anche Tiziano probabilmente ha una predilezione per le conifere, e che non è un albero ma, come tutti i veri poeti, tende ad assomigliargli, e a confondersi con il paesaggio.

Tuttavia è su di una radice di ginepro secolare, ginepro licio (Juniperus phoenicea) per la precisione, che l’Homo Radix si chiarisce sulla differenza abissale fra l’idea di poeta che matura in ambito editoriale e letterario e l’idea del poeta che vive nel mondo reale[17]. Sotto la cupola di questo antico ginepro potrete leggere le note scritte di coloro che vengono ad omaggiare Tziu Efisiu Sanna, uno di quei poeti veri, morto pochi anni fa, non di lettere, ma di vita, un uomo che rifiuta la società, che ne contesta valori e dinamiche, che volutamente vive ai margini, ed è un cantore della semplicità e della libertà[18]. E’ così che un albero diventa la casa del poeta, Efisio, che per dieci anni ci vive assieme alla moglie per difenderlo dalle speculazioni ordinarie a beneficio degli idoli del dio denaro …e poi ci torna, nella vecchiaia, per raccontare agli ospiti la storia, la storia di un albero, la storia della Casa del Poeta.

Una storia che sopravvive ai protagonisti, è questo che mi apre il cuore alle possibilità della parola,”Un omaggio ai grandi slanci, alle idee e ai sogni. Ai poeti del quotidiano. Ai “vincibili” dunque…” come scriveva Cervantes[19], perché, “Qualunque cosa si dica in giro, parole e idee possono cambiare il mondo.”[20]

Voglio terminare il viaggio attraverso i boschi d’Italia con le stesse parole di Fratus che in quei boschi ci invita saggiamente a perderci:

“Questo libro è un invito a fermarsi e a perdersi tra i tanti boschi e parchi d’Italia, a lasciarsi andare di fronte al vento forte, quando l’elettrostaticità dell’aria ti avvicina alle altre creature. È un invito a riconoscere altri tracciati rispetto a quelli urbani più consueti, e a ritrovarsi immobili di fronte all’urlo silenzioso di un cielo infuocato al tramonto, quando non sai come abbracciare tutto quel colore che brilla, che luccica, che sprigiona energia, che ti cattura e t’inchioda, che ti apre i polmoni e ti spalanca gli occhi… quel mare dove l’universo che conosciamo nasce e muore ogni santo giorno.”[21]


Note

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[1] Introduzione XV

[2] Introduzione XVII


Tiziano Fratus (1975, Bergamo) ha abituato i suoi occhi di bambino alle distanze della pianura e li ha corretti in adolescenza sulle colline del Monferrato. Studi irregolari, è sempre stato inquieto finché non ha iniziato a viaggiare per assaggiare la polvere di minuti spazi teatrali e promuovere le traduzioni delle proprie opere in versi. Ha fondato il Festival Torino Poesia che ha diretto per quattro anni e le annesse edizioni.Le sue “poesie creaturali” sono state pubblicate in vari volumi – Il molosso (2005), Nuova Poesia Creaturale (2010), Creaturing. Selected Poems (2010), Gli scorpioni delle Langhe(2012) – tradotte in sette lingue, sono apparse in antologie e riviste internazionali. La nuova raccolta, Un quaderno di radici, uscirà nella collana Zoom Poesia di Feltrinelli.Durante i viaggi in nord America, Europa e sud est asiatico ha iniziato a visitare i grandi alberi e a perdersi nel silenzio cantato dei boschi vetusti, partorendo i concetti di Homo Radix e alberografia che hanno fecondato quindici titoli, mostre fotografiche, itinerari disegnati in varie città e regioni, oltre alla rubrica “Il cercatore d’alberi” sulle colonne del quotidiano “La Stampa”. Fra i suoi precedenti libri si ricordano Manuale del perfetto cercatore d’alberi (Feltrinelli), Il sussurro degli alberi (Ediciclo) e l’illustrato per bambini Ci vuole un albero (Araba Fenice). Ampia è anche la sua produzione in versi, con traduzioni in otto lingue; fra le sue raccolte la più recente è Un quaderno di radici e foglie. Conduce passeggiate alla scoperta dei grandi alberi.

[4] “l’errore dell’indeterminatezza, per la quale, a modo d’esempio, sono generalizzati gli ulivi e i cipressi col nome di alberi, i giacinti e i rosolacci con quello di fiori, le capinere e i falchetti con quello di uccelli. Errore d’indeterminatezza che si alterna con l’altro del falso, per il quale tutti gli alberi si riducono a faggi, tutti i fiori a rose o viole (…), tutti gli uccelli a usignuolo”.(Irène Némirovsky)

[5] Pag.45-46

[6] Citazione riportata da pag. 65

[7] Introduzione XV


[8] Introduzione XV

[9] Introduzione XVIII-XIX

[10] Introduzione XV

[11] Pag.11

[12] Introduzione XII

[13] Cap.6 pag.19

[14] Pag.21

[15] Pag.23

[15 b] Pag.22- Davide Sapienza (Monza, 1963) è uno scrittore, traduttore, giornalista e viaggiatore italiano autore di svariati libri tra cui “La musica della neve”, Ediciclo Editore,

[16] Introduzione XII

[17] Pag.140

[18] Pag.140

[19] “Ai poeti del quotidiano” Miguel de Cervantes,- “Don Chisciotte”

[20] Dal discorso di John Keating interpretato da Robin Williams nel film “L’attimo fuggente”

[21] Introduzione

martedì 29 luglio 2014

Kriya Yoga-Mudra e significati

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Kriya Yoga (dal sanscrito kriya, "azione" e yoga, "unione") è una particolare forma di Raja Yoga, l'ultimo dei percorsi yoga descritti da Patanjali, definito la Via Regale di unione con Dio attraverso la meditazione.
Con questo termine si fa riferimento ad una pratica spirituale diffusa in occidente a seguito degli insegnamenti rivoluzionari  di Paramhansa Yogananda a partire dal 1920.Di Yogananda abbiamo parlato più volte e ho recensito diversi suoi testi, lo considero uno dei miei maestri spirituali, anche se probabilmente sono molto lontana dai suoi insegnamenti ancora. 


Tuttavia anche io ho provato in alcuni periodi della mia vita degli esercizi yoga, soprattutto nel periodo precedente al parto e durante la gravidanza, non potendo seguire corsi a causa di una grave iperemesi gravidica ho comprato un libro che conservo ancora e a cui sono molto grata perché ne ho tratto molto beneficio: Manuale pratico di yoga per il parto di Janet Balaskas. Dopo questa esperienza avrei sempre voluto seguire un corso di yoga ma tra gli impegni e gli orari impossibili dei corsi ho sempre dovuto rimandare, ho però eseguito nel corso degli anni alcuni semplici esercizi che vanno ad integrarsi allo Yoga: i mudra. Ho creato a questo proposito delle schede con i quattro esercizi che eseguo con maggiore frequenza in attesa di leggere un titolo che mi è stato proposto oggi 



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Kriya Yoga


Questo libro presenta per la prima volta il Kriya Yoga in modo completo e accessibile, nelle sue molteplici sfaccettature: dalla sua storia alla sua filosofia, dal suo funzionamento sottile a come prepararsi all’iniziazione. Un testo prezioso per tutti coloro che desiderano conoscere o approfondire questa antica scienza, mantenuta a lungo segreta. E non solo: anche una miniera di pratici strumenti e tecniche per chiunque affronti la meravigliosa avventura del viaggio interiore! Per leggere un'anteprima del libro cliccate qui. Quante volte, ad esempio, ci è capitato di muovere o tenere le nostre mani in una certa posizione senza che ce ne rendiamo conto e senza saperne il motivo.
Molti di noi pensano che questo comportamento sia solo un’abitudine o un modo per esprimere sé stessi.
Capita spesso però di tenere le mani sempre in una certa posizione e a noi preferita. Bene in questo caso, molto probabilmente, ci stiamo inconsciamente curando e stiamo facendo il cosiddetto yoga delle mani ossia"Mudra".
Le mudra (gesti simbolici delle mani),insieme alle  pranayama (tecniche respiratorie) e ai mantra (suoni) vanno ad integrare e potenziare le asana (posizioni o posture utilizzate in alcune forme di yoga) allo scopo di modificarne o potenziarne gli effetti.
Le mudra si trovano nell’arte e nei rituali di molte tradizioni sacre, tra cui l’Induismo e il Buddhismo. Le loro origini sono quasi sconosciute, ma si crede che ogni gesto sia la naturale espressione di un preciso stato interiore. Le più note rimandano alle qualità di un bodhisattva: un “guerriero yoga” che combatte impavido per porre fine alle sofferenze di tutti gli esseri.
 Si può pensare alle mudra come al linguaggio dei segni che nasce da una mente aperta e un cuore consapevole e accresce di devozione la pratica. Se le si esegue durante gli asana, la meditazione, il pranayama, o i kirtan (canti) si placa il rumore incessante dei propri pensieri.

COMUNICAZIONE NON VERBALE Le mudra richiamano alla mente due principi fondamentali della filosofia yogica. Il primo è che ognuno di noi è già ciò che sta cercando, o almeno ha in sé un seme del la virtù che vuole coltivare. Ma questo sfugge alla coscienza individuale perché è molto più facile vedere coraggio e saggezza nelle storie e nelle immagini di divinità indù o del Buddha che osservare come tali qualità risiedano anche dentro di noi. Il secondo è che la pratica delle mudra può aiutare a trovare la giusta via per tradurre le buone intenzioni in azioni concrete. Solitamente ciò che facciamo ha una valenza comunicativa maggiore rispetto alle nostre parole. Questi gesti sacri sono un chiaro esempio di come le azioni rivelino le motivazioni più profonde: rappresentano, cioé, il ponte tra l’esperienza spirituale interiore e le interazioni esterne con il mondo.

Mudra(sigilli) è un termine sanscrito riferito a particolari posizioni delle mani e delle dita con valenze simboliche e rituali. La gestualità delle mani è sempre state in tutte le culture una forma spontanea di espressione e comunicazione a cui si fa spesso ricorso nella vita di tutti i giorni per sostituire o rafforzare la comunicazione verbale.

All'origine la funzione dei mudra era quella di esprimere attraverso i gesti, i concetti caratterizzanti una data divinità o la forma in cui essa si manifesta negli uomini. Questi venivano praticati prevalentemente nei paesi orientali ( es.India) in ambito religioso e spirituale e nelle pratiche yoga.
Nella nostra cultura occidentale e in ambito religioso venivano praticate particolari gestualità con le mani, come testimoniano i tanti dipinti esposti in musei e chiese. Anche se a queste particolari gestualità non sono stati attribuiti termini specifici, in sostanza hanno le stesse funzioni dei mudra praticati in Oriente.

Grazie al diffondersi della pratica yoga e correnti religiose orientali nel mondo occidentale abbiamo iniziato a conoscere e ad apprezzare i mudra che in questi ultimi tempi vengono praticati in tutto il mondo non solo per accompagnare pratiche yoga o per raggiungere un certo equilibrio spirituale, ma anche per ottenere benessere fisico-emotivo-mentale.
Nelle mani e nelle dita sono presenti diverse terminazioni nervose e vi scorrono dei meridiani. Nelle punte delle dita in particolare terminano i meridiani principali e di conseguenza se si riesce a sboccare uno di questi, l'organo del corpo corrispondente ne trarrà beneficio.

I mudra possono essere praticati da seduti, sdraiati o mentre si cammina e comunque in uno stato rilassato. La pressione delle dita deve essere piacevole e leggera. Alcuni autori sostengono che si possono praticare in svariati luoghi come ad esempio: alla fermata dell'autobus, in sala d 'attesa, davanti alla tv ecc.. L'importante è che, indipendentemente dal luogo, si riesca a raggiungere uno stato rilassato e sereno, stato che solo pochi riescono a raggiungere in ambienti caotici o rumorosi grazie a lunghi allenamenti e pratiche meditative.
Ad ogni modo sarebbe meglio praticarli in ambienti sani e tranquilli anche solo per 5 minuti alla volta.
Alcuni mudra sono accompagnati da particolari tecniche di respirazione e visualizzazione e altri da particolari suoni verbali ripetuti ( es. Om). Per ottenere i maggiori benefici alcuni di essi vanno eseguiti per una durata che va dai 3 ai 30 minuti per 2 o 3 o 4 volte al giorno, negli stati cronici qualcuno consiglia di eseguirli per 45 minuti una volta al giorno oppure 15 minuti per 3 volte al giorno. Altri vanno fatti solo in caso di emergenza e solo quando è necessario. E' bene non eseguire troppi mudra alla volta e non aspettarsi risultati istantanei, a volte occorre un po? di tempo per raggiungere la guarigione completa.
Ed ora vi propongo le mie quattro schede, che ho integrato con alcune similitudini naturali...spero vi piacciano...appena avrò letto il nuovo libro ne curerò una recensione per voi!
Buon Yoga a tutti!

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Dharmachakra viene tradotto con “ruota/veicolo del dharma” e rappresenta la sincerità del cuore. La sua mudra collega ciascuno ai desideri più profondi in modo da creare, insegnare, guarire o aiutare. Per sperimentare il valore di questo gesto è possibile sedersi in Baddha Konasana (Posizione Legata ad Angolo) o in altra posizione, e pensare a una dimensione della propria vita verso la quale si vuole indirizzare la propria energia, domandandosi “Qual è il prossimo passo?”, “Come posso cominciare?”. Porta le mani all’altezza del cuore: la punta del pollice di ciascuna mano tocca la punta dell’indice. Ora rivolgi il palmo destro verso l’esterno e quello sinistro verso l’interno, verso il petto. La punta del dito medio sinistro deve toccare leggermente l’estremità del pollice destro.



LOTUS MUDRA-Padma Mudra -Padma significa loto.
Nel Buddhismo il Fiore di Loto rappresenta l’apertura del cuore. Il fiore nasce sulla superficie dell’acqua, ma le sue radici sono immerse nel fango. Questo contrasto lo rende un simbolo di luce e bellezza che emerge dall’oscurità. Praticando la Mudra del Loto in Vrksasana (Posizione dell’Albero), con le mani tenute al centro del cuore, ci si sente legati alle proprie radici. E ci si ricorda che la più grande fonte di stabilità nella vita è un cuore consapevole. Sedersi in Padmasana (Posizione del Loto) con le mani in questa mudra significa eseguire una meditazione metta (amabile, di bontà), assistere, cioé, al risveglio del proprio cuore. Unisci le mani e fai in modo che la parte finale dei palmi, la punta del pollice e la punta del mignolo si tocchino. Tieni le dita separate e lascia che fioriscano come petali di un fiore.
Il mudra si effettua portando i palmi delle mani e le dita a contatto fra loro e separando poi indici, medi e anulari. In modo da creare uno spazio fra la nostra mano destra e la nostra mano sinistra. 
Questo spazio è ciò che accoglierà la luce del Divino, la sua Grazia e la sua Benedizione. Padma Mudra ci apre alla forza divina e ci permette di ricevere tutto ciò di cui abbiamo bisogno.
Padma Mudra bilancia Vata, Pitta e Kapha e stimola Prana, Apana e Vjana, dirige il respiro all'altezza del Cuore e della Gola e ha effetti riequilibranti sul sistema nervoso, immunitario e respiratorio. Padma Mudra cura il cuore e tutte le ferite della vita.


Jnana Mudra il gesto della conoscenza intuitiva
Jnana significa saggezza. Il sigillo della conoscenza. Si compie portando a contatto tra loro la punta del pollice e dell'indice a formare un anello verso l'alto. Le restanti tre dita restano unite e distese. La simbologia di questa mudra è l'essenza dello yoga: l'unione tra il piccolo e grande Sé, tra l'Atman col il Brahman. L'indice rappresenta lacoscienza umana ed il pollice la coscienza cosmica. Se il pollice va a premere sull'unghia dell'indice la mudra assume un significato di arrendevolezza alla volontà divina. Se l'indice si posizione sopra il pollice si va a rinforzare il lato egoico della persona. Un errore comune infatti nello Jnana Mudra è quello di unire pollice e indice, in realtà il pollice è SOPRA l’indice.
Nella tradizione buddhista è conosciuto come Vitarka MudraE' la mudra che viene usata maggiormente ed universalmente a sostegno della pratica e delle tecniche meditative.
La pratica regolare di questa mudrâ aiuta a stimolare la memoria, la concentrazione ed il processo di apprendimento; gli yogin affermano che parte di questi effetti sia dovuta ad un accresciuto afflusso sanguigno e ad una migliore circolazione cerebrale causata da una pratica prolungata.
Il dorso delle mani è appoggiato alla parte superiore delle ginocchia con abbandono. Così formiamo un triangolo con le braccia, che ha come vertice la testa; se la nostra colonna vertebrale sarà eretta, rappresenteremo quella tensione verso l'alto che ognuno vive, specialmente quando gli occhi sono chiusi e la concentrazione è intensa.
Un senso di calma profonda, se rimaniamo in silenzio in questa posizione qualche secondo, ci pervade e ci colma, preparandoci alla meditazione o al prânâyâma.
Jnana mudrâ ci aiuta a scendere nel nostro profondo. Le mani sono appoggiate, come abbiamo detto, sulla parte alta delle ginocchia. Pollice e indice sono uniti: l'unghia dell'indice sarà a metà del pollice, così da formare un cerchio, simbolo di unità; le altre dita sono invece unite e tese, il palmo è rivolto verso l'alto. Il pollice rappresenta il sé profondo e l'indice il nostro ego. Quando l'ego scompare e si fonde nel sé, l'essere è realizzato.
In questo gesto, l'uomo vive quella linea lontana che è l'orizzonte, che unisce in un unico afflato cielo e terra.

YONI MUDRA

L'incastro delle dita in questa pratica crea un collegamento incrociato completo delle energie da destra a sinistra e viceversa. Così come bilancia le energie del corpo, aiuta anche a bilanciare le attività degli emisferi destro e sinistro del cervello.Questo rende il corpo e la mente più stabili nella meditazione e sviluppa una maggiore concentrazione, consapevolezza e rilassamento fisico interno. Reindirizza l'energia dentro al corpo che altrimenti sarebbe dispersa. La parola yoni significa grembo o origine. Il mudra yoni invoca l'energia primordiale insita nel grembo materno o fonte di creazione. Per formare lo Yoni mudra, le mani assumono la forma a mandorla con i pollici uniti estesi verso l'alto. Le dita sono unite alle punte estese verso il basso.
Yoni è la fonte della vita e viene indicato come simbolo del potere creativo . Questa meditazione mudra , sarà effettuata utilizzando il rilassamento della mente e si concentrerà sulla creazione . Yoni mudra è il contatto con l'energia femminile e simboleggia il grembo materno ma non solo... è il contatto con l'energia femminile nell'universo e quindi anche con la Natura e la Terra e con tutti i tipi di azioni correlate a questo tipo di energia che richiedono creatività e intuizione .
Questo mudra è congeniale per le donne in gravidanza o che cercano una gravidanza e per tutti coloro che hanno bisogno di riconnettersi con il proprio centro di creazione.


(Valentina Meloni)